C’era una volta l’identità. Ma forse è uno sbaglio riferirsi al passato. Oggi sarebbe più giusto parlare di identità multiple, perché complessa, liquida e stratificata è la società contemporanea costruita sull’immagine.
I social hanno trasformato il linguaggio e la comunicazione. Tutto è immediato, ogni rivolo d’energia sembra confluire verso l’istante. Viviamo in uno scroll, mutuato dall’ambiguo “qui e ora” (latino: hit et nunc), che decontestualizzato e strumentalizzato, ovviamente, non possiede alcuna forza rivoluzionaria e, ancora peggio, non significa niente.
Se è vero che vivere nel passato è inutile, pur sempre ci salverà la consapevolezza della Storia. E il tuffo nel futuro possiamo farlo solo attraverso la conoscenza delle origini.
Si è parlato di immagini. La fotografia è alla base di questo processo. Sempre snobbata, mal considerata negli ambienti accademici dove l’analisi storica è pane quotidiano (almeno in Italia), la fotografia è ovunque, fagocita ogni momento della nostra esistenza, perché in fondo, dal giorno della sua scoperta, si è arrogata il diritto di scrivere la cronaca dettagliata dell’umanità, secondo dopo secondo.
184 anni e l’obiettivo non si stanca di schioccare l’ennesimo frammento di realtà.
In questa babilonia di sollecitazioni, non deve destare meraviglia se un gruppo di giovani studenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli sia stato selezionato per il corso di Archiviazione e Catalogazione dei Beni fotografici, organizzato dal Museo Didattico della Fotografia MuDiF e da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino.
In poche parole, imparano a recuperare, restaurare, catalogare e archiviare il nostro passato, cicatrizzano l’oblio, custodi di terre e popoli.
Docente d'eccezione e ospite del corso è Barbara Bergaglio, esperta di fotografia storica e responsabile del progetto Archivi di CAMERA Torino.
Barbara, può definire l’importanza del corso?
Innanzitutto è un settore che ha delle potenzialità di sviluppo, soprattutto sotto Roma. Infatti non troviamo mai il personale pronto per lavorare.
Quindi CAMERA da Torino e MuDiF da Sarno hanno avvertito questa necessità e pensato di proporre questa formazione agli studenti.
Ci siamo concentrati sulle parti più caratteristiche della scheda di catalogazione, la scheda F, proprio perché l’argomento sarà la catalogazione, il trattamento in archivio fotografico e il trattamento digitale.
È molto formativo mettersi a lavorare in archivio e toccare con mano le problematiche e le soluzioni da adottare. Così ci siamo concentrati insieme ai ragazzi su casi pratici, lavorando su materiale fotografico grezzo.
Il gioco è stato quello di sollecitare un metodo di approccio per riavere materiale ordinato, catalogato, digitalizzato.
La cosa più bella poi è il momento del confronto.
Cosa significa archiviare e catalogare oggi?
Significa valorizzare, in termini ampi.
Il pubblico attuale è molto cambiato rispetto a qualche anno fa. Si cataloga e si archivia per una fruizione online.
Noi lavoriamo su materiali analogici, anche su materiali digitali, ma soprattutto su quelli analogici. Li mettiamo in sicurezza, è vero. Ma poi l’obiettivo finale è descrivere tutto questo su una piattaforma digitale.
Prima gestivamo archivi e ricercatori. Ora il fatto che il materiale sia sul web non permette alcuna mediazione, perché tutti possono vedere il materiale fotografico online.
Il nostro è diventato un lavoro di backstage. Prima il ricercatore si rivolgeva all’archivista, ora deve essere in grado di muoversi da solo.
La scheda F venne inserita nel 1999 con il riconoscimento della fotografia come bene culturale. Cosa è cambiato da allora?
La scheda resta la stessa e ha una ossatura complessa e molto esaustiva. Permette di catalogare ogni tipo di fotografia:
- documento storico
- opera d’arte
- fotografia di cronaca.
La scheda forse cambierà, ma non è questo il problema.
Prima catalogavamo pensando a noi stessi, il nostro punto di riferimento eravamo noi che conoscevamo l’archivio. Adesso rivediamo catalogazioni passate con l’ottica del web.
Quello che è cambiato è il nostro approccio: dobbiamo pensare a qualcosa di più semplice.
La scheda prevedeva la catalogazione 1 a 1, cioè una scheda per ogni fotografia. Ma questo diventa sempre più complesso perché gli archivi fotografici sono molto densi.
In questo contesto la tecnologia non è la soluzione di tutti i problemi, ma è uno strumento. È una semplificazione, ci aiuta a svolgere compiti rapidamente.
Grazie alla tecnologia la complessità degli archivi non spaventa le nuove generazioni, che sono native digitali.
Dall’altro lato però non bisogna dimenticare l’analogico per buttarsi sul digitale.
Lo stesso digitale richiede processi di manutenzione:
- la tecnologia invecchia
- i dati devono essere aggiornati
- le memorie devono essere backuppate
- i file devono essere convertiti per restare leggibili.
Perché c’è stato un tardivo inserimento della fotografia tra le discipline di conservazione e restauro?
In realtà siamo ancora indietro su questo argomento.
Storicamente la fotografia arriva in Italia molto presto. Se pensiamo che la nascita ufficiale è del 7 gennaio 1839, nell’agosto dello stesso anno l’invenzione viene brevettata.
Nel nostro paese la prima fotografia conservata viene scattata l’8 ottobre 1839 a Torino.
Quindi non siamo arrivati molto dopo.
Tuttavia è stata molto lunga la presa di coscienza dell’importanza della fotografia come bene culturale e come linguaggio.
Tra l’altro è una disciplina complessa e ambigua, perché può essere:
- uno strumento
- un oggetto
- un soggetto.
È più facile che trovi riconoscimento nell’ambito privato, mentre nel pubblico e nelle università si fa ancora fatica.
In Italia poi esistono discipline storicamente consolidate come:
- archeologia
- storia dell’arte
- architettura.
La fotografia è un linguaggio relativamente recente, e forse per questo l’attenzione è stata più lenta.
Devo però dire che in 25 anni di lavoro ho visto una certa evoluzione. Lo dimostrano realtà come il MuDiF.
Di cosa si occupa CAMERA Torino?
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia è una fondazione nata nel 2015, quindi molto giovane.
Promuove la diffusione della cultura fotografica 365 giorni l’anno attraverso:
programmi espositivi dedicati alla fotografia storica e alla grande fotografia
una piattaforma europea chiamata FUTURES, dedicata ai giovani artisti che lavorano con la fotografia
collaborazioni con numerose istituzioni culturali.
Un anno e mezzo fa abbiamo ospitato una mostra in collaborazione con il MoMA di New York, dedicata alla fotografia americana degli anni Venti, Trenta e Quaranta.
Era l’unica tappa europea, insieme a Parigi.
La nostra attività comprende inoltre:
- divulgazione culturale
- attività educative per tutte le età
- programmi per scuole e bambini
- corsi per adulti
- incontri serali chiamati “Giovedì in Camera”.
In questi incontri discutiamo temi collegati alle mostre.
Attualmente ospitiamo una mostra storica sulle immigrazioni americane degli anni Trenta, collegandola alle migrazioni contemporanee.
Un altro ambito importante è quello degli archivi fotografici, con:
- formazione degli operatori
- collaborazione con l’Università di Torino, dove insegno Storia della fotografia e archivi fotografici.
I giovani ci seguono molto e siamo contenti che le cose stiano andando bene.
Nel mondo dell’intelligenza artificiale la fotografia ha un futuro?
Certo che ce l’ha.
Lo vediamo anche banalmente dalla diffusione di Instagram.
La fotografia ha un futuro perché possiede un linguaggio che interessa tutti gli ambiti.
La cosa importante è non assuefarsi a subire le immagini senza essere critici nei loro confronti. Questo è il rischio con la diffusione dei social.
La fotografia è inoltre uno strumento di comunicazione senza parole.
Un argomento complesso e rischioso, ma sempre più utilizzato per raccontare il mondo.

