La Fotografia: tra realtà documentale e meravigliosa illusione
Pubblicato il 13/03/20268 min lettura

La Fotografia: tra realtà documentale e meravigliosa illusione

A cura diDavide Speranza
1670 parole • 8 min

«Pazza o savia? La Fotografia può essere l’una o l’altra cosa: è savia se il suo realismo resta relativo, temperato da abitudini estetiche o empiriche (sfogliare una rivista dal barbiere, dal dentista); è pazza se questo realismo è assoluto, e, per così dire, originale, se riporta alla coscienza amorosa e spaventata la lettera stessa del Tempo: moto propriamente revulsivo, che inverte il corso della cosa, e che chiamerò per concludere l’estasi fotografica».

Con queste parole, Roland Barthes concludeva un saggio che sarebbe diventato cult, “La camera chiara”, dove provava a definire la fotografia e i confini tra immagine, realtà, illusione, arte, tecnica.

Ma una foto può essere considerata documento storico? E, dunque, testimonianza scientifica della vita umana?

Oggi, più che in qualsiasi altro secolo, viviamo di informazioni. E le informazioni vengono veicolate in particolar modo dalle immagini.

Un documento non riflette unicamente esigenze di natura estetica; deve saper comunicare, anzi raccontare, tracciare il segno del tempo e del passato, contenere un messaggio che riguardi il contemporaneo, o celebri la memoria che ha segnato le tappe fondamentali e necessarie di un’epoca.

La fotografia è in grado di stabilire questo confronto? La risposta è affermativa. Anzi, negli ultimi anni, è oltremodo utilizzata dagli storici.

La ricostruzione della storia di un popolo, di un luogo o di un’epoca è possibile grazie a fonti e testimoni. Se solo pensiamo alle pitture rupestri – quelle nella grotta Chauvet in Francia o nelle interiora dell’isola di Sulawesi in Indonesia – ci accorgeremmo come anche quei semplici disegni, realizzati con colori naturali dai primi narratori, siano diventati documenti storici, dispensatori di dati, informazioni, calcoli depositati nell’immaginazione e nell’intelligenza dei posteri.

Erodoto, Livio, Tacito sono voci dell’antichità che ancora ci parlano, i loro scritti sono fari nel sentiero oscuro dell’evoluzione sociale, politica e culturale della civiltà. Gli studiosi hanno dovuto utilizzare gli strumenti a loro disposizione per collocare nel tempo e nello spazio le loro opere, valutandone il contesto, la geopolitica del periodo, l’identità dell’autore, la “professionalità” dello stesso, ovvero la capacità letteraria e scientifica del narrator.

Elisabetta Bini in un suo saggio, “La fotografia come fonte storica”, scrive: «Da ormai quasi trent’anni numerosi storici italiani – ma anche stranieri – lamentano la timidezza da parte della ricerca storica nell’utilizzo delle fonti fotografiche. Nell’ormai lontano 1988, in un saggio pubblicato sulla rivista I viaggi di Erodoto, intitolato “La storia scritta con la luce”, Maria Teresa Sega scriveva: ‘La fotografia…stenta ad entrare come fonte nella ricerca storica; rari o inesistenti sono gli esempi di ricerche svolte a partire dalla fotografia, nonostante il suo largo uso – illustrativo della storia – a livello divulgativo e didattico’. Mi sembra che, a 15 anni di distanza, il commento di Sega sia per molti versi ancora valido. Da un lato si ha un utilizzo sempre più massiccio delle fotografie – e più in generale delle immagini – nelle pubblicazioni storiche, soprattutto quelle destinate ad una vasta divulgazione; per un altro pochi/pochissimi storici utilizzano la fotografia come fonte».

Era una relazione presentata al seminario “Quale lente per lo storico? Riflessioni sul rapporto fra storia e mezzi di comunicazione di massa”, presso l’Istituto Gramsci Emilia-Romagna, l’anno era il 2005. Sono passati 17 anni da allora, forse qualcosa si è mosso.

La costante crescita di istituti nell’ambito della valorizzazione e ricostruzione storica, come il Museo Didattico della Fotografia (MUDIF) a Sarno, è il segno che la fotografia stia lentamente entrando in un discorso ragionato e strategico nel campo accademico.

D’altronde, non poteva non imboccare questa direzione. Fin dall’inizio della sua nascita, la fotografia ha incarnato la possibilità di un diverso modo di intendere la comunicazione. Essa consente uno studio dell’ambiente storico su più livelli. Non solo “scrive” il racconto di ciò che fissa per sempre nello scatto, ma permette un’analisi a monte. La storia non è solo l’immagine immortalata, è anche il contesto in cui ha vissuto il fotografo: che tipo di macchina fotografica ha utilizzato, perché ha scelto quel soggetto, chi era il fotografo, quali erano le sue aderenze culturali e politiche, e così via.

Fotografia è un termine composto da due parole greche: luce (φῶς, phṑs) e grafia (γραφή, graphḕ), scrittura di luce. Inutile passare in rassegna le tappe fondamentali della sua evoluzione – dai greci e dagli arabi, passando per Leonardo, fino all’Ottocento e oltre – ma è interessante comprendere come le foto siano ormai assolutamente e antropologicamente radicate nelle nostre vite quotidiane, rappresentano un unico flusso delle nostre storie all’interno della Storia.

La scrittrice Isabel Allende ha detto: «Una bella fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo, è più potente di pagine e pagine scritte». Ora, non diciamo che l’immagine debba sostituire il testo, ma anzi che possa affiancarsi ad esso, come impronta, struttura visiva della matrice storica, che insomma possa scrivere la luce (φῶς) degli accadimenti.

Certo, esistono criticità di cui tener conto. La fotografia è, in apparenza, statica, rispetto allo studio di uno storico proiettato verso un dinamismo temporale. Ma, in fondo, anche questo punto di vista non è vero. Il problema è quanto gli accademici, gli storici, gli analisti di settore abbiano confidenza con la strumentazione fotografica e, soprattutto, con il linguaggio che ne segue.

La realtà dei fatti è che la documentazione fotografica permette di salvaguardare il patrimonio storico, artistico, architettonico, paesaggistico dentro e fuori la società.

Nel suo “Apologia della Storia” (pubblicato in Italia per Einaudi), Marc Bloch scriveva: «Non basta constatare l’inganno. Occorre anche scoprirne i motivi: se non altro per svelarlo meglio. Soprattutto una menzogna, in quanto tale, è a suo modo una testimonianza».

La fotografia può essere taroccata, vero. È una visione parziale della realtà, verissimo. Ma la strada da battere è ancora una volta l’ibridazione, l’incrocio di più fonti e più strumenti d’analisi: testi, audiovisivi, fotografie, oggetti. Il segreto è la mediazione della soggettività con la consapevolezza acquisita da anni di studio integrato.

Se solo mettessimo sotto la lente d’ingrandimento alcuni fotografi – Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Werner Bischof, William Klein, Mario De Biasi, Ferdinando Scianna – ci accorgeremmo come essi abbiano testimoniato usi e costumi di epoche, dando forma consapevole alla storia del reportage e del racconto umano per immagini.

Era il settembre del 1837 quando Jean Vatout, presidente del Consiglio degli edifici civili, presentò la “proposta di nominare una commissione per la revisione dei lavori da eseguire sui monumenti storici”. La Commission des Monuments Historiques si riunì per individuare i monumenti da salvaguardare e propose una raccolta di tavole fotografiche di alcuni edifici storici. Nel 1851 lo Stato ingaggiò cinque fotografi (Hippolyte Bayard, Henri Le Secq, Edouard Baldus, Gustave Le Gray e O. Mestral) per immortalare monumenti che versavano nel degrado.

Per l’Italia bisognerà aspettare il 1982 perché, all’interno del Ministero della pubblica istruzione, venisse fondato un “Ufficio fotografico” trasformato poi in Gabinetto Nazionale Fotografico.

Non solo documento storico e strumento di recupero architettonico, la fotografia ha influenzato anche la letteratura. «Da quasi 180 anni è la fotografia a determinare il modo in cui l’uomo guarda la propria storia e percepisce il mondo» scrive il fotografo giapponese Hiroshi Sugimoto.

La letteratura è vita, come lo è la fotografia. Dunque gli scrittori si occupano di fotografia nei loro romanzi, perché essa è la memoria, è conservazione e mutamento allo stesso tempo, è realtà e illusione, alienazione e identità.

«No, non sono sfuggito al contagio fotografico e vi confesso che questa della camera nera è una mia segreta mania», raccontava Giovanni Verga, del quale sono stati scoperti negli anni Sessanta dello scorso secolo ben 448 negativi fotografici. Non era l’unico scrittore ad aver subito il fascino della fotografia: Jack London, Allen Ginsberg, sono altri esempi. E, viceversa, i fotografi hanno condizionato l’immagine degli scrittori, determinando flussi interpretativi sulle loro personalità e narrativa. Un libro straordinario, “Scrittori”, mostra 250 ritratti di autori scelti da Goffredo Fofi. Ritratti fissati per sempre da grandi fotografi. «Nei casi più belli, è accaduto che gli scrittori abbiano scoperto qualcosa di sé che ignoravano, o su cui non avevano abbastanza riflettuto, nell’immagine che di loro ha dato un fotografo che sapeva vedere. Per questo, molte delle fotografie del volume ci permettono di capire meglio e di più non solo chi era uno scrittore che ci è caro (o che detestiamo, perché no?) ma anche la misura delle sue opere, quanto dei suoi rovelli vi si è trasferito. Quanti grandi scrittori – o scrittori che hanno lasciato il segno! E quanti grandi fotografi – che hanno saputo guardarli, capirli, e consegnarli alla storia o, più semplicemente, alla nostra curiosità e al nostro ricordo». Troviamo il meglio della letteratura mondiale (Jorge Amado, Martin Amis, Guillaume Apollinaire, Margaret Atwood, Paul Auster, James Ballard, Simone De Beauvoir, Samuel Beckett, Saul Bellow, Heinrich Böll, Jorge Luis Borges, Bertolt Brecht, André Breton, Hermann Broch, Michail Bulgakov, Anthony Burgess, William S. Burroughs, Italo Calvino, Albert Camus, Elias Canetti, Truman Capote, Emmanuel Carrère, Raymond Carver, Louis Ferdinand Céline, Raymond Chandler, Bruce Chatwin, Jean Cocteau, John M. Coetzee, Don Delillo, Philip K. Dick, John Dos Passos, e tanti altri) e il meglio della fotografia internazionale (Richard Avedon, Helmut Baar, Gianni Berengo Gardin, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Alberto Conti, Robert Doisneau, Francesco Gattoni, Gianni Giansanti, David Levenson, Ugo Mulas, Sebastião Salgado, Peter Sibbald, Eugenio Silva, Lord Snowdon, Chris Steele Perkins, Isabel Steva Hernandez, Patrick Zachmann, Yukichi Watabe, e ancora tanti altri).

La fotografia pone il suo raggio di influenza su ogni sfera d’azione dell’uomo: nel campo dell’arte figurativa, del cinema (come non ricordare i capolavori di Stanley Kubrick o il nostro Michelangelo Antonioni con “Blow-Up”), della narrativa e della filosofia.

Una foto può influire sui destini della geopolitica, decide la gloria o l’emarginazione di un personaggio, trasforma in autentici pezzi di storia (per i posteri) i nostri altrimenti anonimi album di famiglia.

Non è questione di epurare il testo e la lettura, preferendo soggiornare all’ombra di una più immediata calcografia della realtà. La foto è già linguaggio, è già racconto, è una seduta psicoterapeutica, è vivisezione dell’umano sentire e apparire. È assolutamente documento votato alla conservazione e alla tutela delle cose più preziose dell’uomo.

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